La notte del 26 aprile 1986, alle 01:23:40, l'esplosione del reattore numero 4 di Chernobyl mandò in cielo una nube radioattiva che in pochi giorni avrebbe raggiunto la pianura padana. Diciotto mesi dopo, l'8 e il 9 novembre 1987, gli italiani andarono alle urne per votare tre quesiti referendari sul nucleare. Tutti e tre approvati con maggioranze schiaccianti. Da quel giorno, l'Italia ha smesso di produrre energia atomica.
Trentotto anni dopo, nel 2025, il Parlamento discute una legge delega per riaprirla.
1963-1986: l'Italia atomica che fu
Pochi lo ricordano, ma per un breve periodo l'Italia fu una delle grandi potenze nucleari mondiali. Nel 1963 entrò in servizio la centrale di Latina, un reattore Magnox da 153 MW costruito dalla britannica Nuclear Power Group: al momento dell'inaugurazione era la più potente d'Europa. Seguirono Garigliano nel 1964 (BWR General Electric, 160 MW) e Trino Vercellese nel 1965 (PWR Westinghouse, 270 MW). Nel 1981 entrò in esercizio Caorso, BWR da 882 MW, la più grande del parco italiano.
Nello stesso 1981 l'Italia era il quinto produttore mondiale di energia nucleare per capacità installata. Il nucleare copriva circa il 5% del mix elettrico nazionale, e il Piano Energetico Nazionale appena approvato prevedeva 12.000 MW di nuova capacità atomica entro il 2000. Si parlava di nuovi siti in Puglia, Lombardia, Piemonte. Era in costruzione Montalto di Castro.
| Centrale | Avvio | Potenza | Tecnologia | Spegnimento |
|---|---|---|---|---|
| Latina | 1963 | 153 MW | Magnox | 1987 |
| Garigliano | 1964 | 160 MW | BWR GE | 1982 |
| Trino | 1965 | 270 MW | PWR Westinghouse | 1990 |
| Caorso | 1981 | 882 MW | BWR GE | 1990 |
Poi venne Chernobyl. E un anno dopo, il referendum.
Novembre 1987: tre quesiti che cambiarono tutto
Vale la pena ricordare cosa esattamente votarono gli italiani in quell'autunno del 1987. Nessuno dei tre quesiti chiedeva direttamente di chiudere il nucleare. I quesiti riguardavano:
- L'abrogazione del meccanismo di indennizzi ai comuni che ospitavano centrali (approvato con l'80,6% di sì).
- L'abrogazione della possibilità per ENEL di partecipare a impianti nucleari all'estero (79,7% di sì).
- L'abrogazione dei poteri sostitutivi del CIPE per la localizzazione delle centrali (71,9% di sì).
In altre parole, gli elettori non chiusero il nucleare: gli tolsero la cassetta degli attrezzi. Senza indennizzi ai comuni, nessun sindaco avrebbe accettato una centrale. Senza poteri sostitutivi del CIPE, qualsiasi resistenza locale diventava un veto.
Il governo De Mita interpretò il voto come mandato per un phase-out. Nel 1988 si fermarono i cantieri: Montalto di Castro, già completato al 70% e con i reattori GE-Hitachi pronti, divenne il monumento più costoso al ripensamento energetico italiano (circa un miliardo di euro di allora, mai recuperati). Nel 1990 furono spenti gli ultimi reattori operativi, Caorso e Trino. Nel 1999 nasceva Sogin, la società pubblica incaricata del decommissioning, ancora oggi al lavoro.
1988-2008: vent'anni di silenzio
Per due decenni il nucleare in Italia fu un tabù politico bipartisan. Si importava sempre più elettricità dalla Francia (paradossalmente, prodotta dai reattori EDF poco oltre confine, alcuni dei quali installati in siti che geologicamente non differiscono dal versante italiano delle Alpi), si bruciava gas russo e algerino, si costruivano cicli combinati a metano. Nel 2008, il 12% dell'elettricità italiana era importata, contro una media europea del 3%. Il dibattito tecnico restava confinato ai convegni di ENEA e di qualche dipartimento universitario, mentre la generazione di ingegneri nucleari italiani formati negli anni Settanta andava in pensione senza eredi diretti nel Paese—molti finirono a lavorare per EDF, Westinghouse o l'IAEA.
2008-2011: il tentativo Berlusconi
Nel 2008-2009 il quarto governo Berlusconi tentò una svolta. Accordo bilaterale con la Francia firmato a Roma nel febbraio 2009, joint venture Sviluppo Nucleare Italia tra Enel ed EDF, progetto per quattro reattori EPR di terza generazione. La legge Sviluppo 99/2009 e il decreto legislativo 31/2010 ricostruirono in poche pagine la cornice normativa che era mancata per vent'anni. Si fecero sondaggi preliminari sui siti—mai resi pubblici—e si parlò di un primo reattore operativo entro il 2020.
Poi, l'11 marzo 2011, lo tsunami di Fukushima travolse i reattori giapponesi. Tre mesi dopo, il 12 e 13 giugno, gli italiani tornarono alle urne. Quesito abrogativo della legge sul nucleare: 94,0% di sì, affluenza al 54%. Stop, di nuovo. Definitivo, sembrava. La joint venture si sciolse silenziosamente nel 2012.
2022-2026: il ritorno sull'agenda
Il vento è cambiato per una combinazione di tre fattori: la crisi energetica del 2022 dopo l'invasione russa dell'Ucraina e il taglio del gas, gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050 che richiedono baseload non emissivo, e l'esplosione di consumi elettrici previsti dai data center per l'AI.
Nell'ottobre 2023 il MASE guidato da Gilberto Pichetto Fratin ha avviato la Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile (PNNS), un tavolo tecnico che ha coinvolto università, industria, sindacati e ambientalisti. Nel settembre 2024 il piano operativo della PNNS ha indicato un range tra l'11% e il 22% del mix elettrico al 2050 da nucleare di nuova generazione—SMR (Small Modular Reactor) e reattori di IV generazione, non i grandi EPR del tentativo Berlusconi.
Nel 2024-2025 sono iniziati i lavori parlamentari sul DDL nucleare sostenibile, una legge delega che dovrebbe ricostruire la cornice normativa: autorizzazioni, sicurezza, gestione del combustibile esausto. Si discute di rafforzare ISIN, l'Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare, oggi sottodimensionato per un Paese che intenda davvero costruire reattori.
I sondaggi raccontano un'opinione pubblica spaccata ma in movimento. Censis 2024: il 51% degli italiani è favorevole agli SMR, il 38% contrario. Il consenso scende quando si parla di reattori tradizionali di grande taglia, ma il quadro è radicalmente diverso da quello del 2011. Tra i giovani sotto i 35 anni la percentuale di favorevoli sale al 58%—un dato che riflette una generazione che ha conosciuto la crisi climatica più che Chernobyl, e che valuta il rischio nucleare contro quello del riscaldamento globale anziché in valore assoluto.
Chi costruisce, chi pensa di costruire
L'industria italiana del nucleare non è scomparsa del tutto. Newcleo, scale-up italo-britannica fondata da Stefano Buono (ex CERN, ex Advanced Accelerator Applications), sviluppa reattori di IV generazione raffreddati a piombo con combustibile MOX da scorie esistenti. Round Series A da 310 milioni di dollari nel 2023, headquarter a Londra ma cuore tecnico in Italia e Francia. Ansaldo Nucleare, controllata di Ansaldo Energia, fornisce da decenni componenti per AP1000, EPR e altri reattori internazionali: l'Italia non ha mai smesso di esportare ingegneria nucleare, ha solo smesso di consumarla.
Edison ha firmato vari memorandum esplorativi. Enel ed Eni mantengono posizioni più caute, in attesa che il quadro normativo si chiarisca. Sul fronte accademico, il Politecnico di Milano con il reattore LENA, l'Università di Pavia con il Triga, Torino e Pisa mantengono filiere formative che—miracolosamente—non si sono interrotte.
Le sfide vere
Riaprire il nucleare in Italia non è una questione di firma su una legge. I nodi sono almeno cinque.
Politico: il Movimento 5 Stelle e parte del PD sono contrari, una coalizione di centrodestra è favorevole. La stabilità delle scelte tra una legislatura e l'altra è la variabile più incerta. Regolatorio: ISIN ha poco personale e poche competenze operative dopo trent'anni di assenza di reattori funzionanti. Sito: nessuna selezione preliminare è stata fatta, e la resistenza locale (NIMBY) è prevedibile in ogni regione candidabile. Tempi: nel migliore degli scenari, un primo SMR italiano sarebbe operativo non prima del 2032-2035. Scorie: il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi, in lavorazione da oltre vent'anni, non è ancora stato realizzato; senza di esso, qualsiasi nuovo programma è zoppo.
E poi c'è la domanda che nessuno vuole formulare in chiaro: chi paga? Un SMR da 300 MW costa tra i 3 e i 6 miliardi di euro a unità in prima realizzazione, con un rischio over-budget storicamente nell'ordine del 50-100% sulle prime unità di una serie (lo dimostrano i casi di Olkiluoto in Finlandia e Vogtle negli Stati Uniti). Capacity market regolato, PPA dedicate con grandi consumatori industriali, contratti per differenza sul modello britannico di Hinkley Point: tutti modelli possibili, nessuno ancora scelto in Italia. La logica di mercato pura, oggi, non finanzia il nucleare in nessun Paese OCSE.
Perché conta, oggi
La scelta non è ideologica. È infrastrutturale. L'Italia oggi ospita lo 0,4% della capacità data center europea—contro il 25% della Germania e il 13% dell'Irlanda. Una delle ragioni è la scarsità relativa di energia abbondante, programmabile e a prezzi competitivi: i prezzi all'ingrosso dell'elettricità italiana sono storicamente tra i più alti d'Europa, in media il 30-40% sopra la media UE. Il gigawatt che serve a un campus AI moderno è esattamente quello che un reattore può fornire 24 ore su 24, con un fattore di capacità superiore al 90% e un footprint a terra di pochi ettari.
La domanda non è se l'Italia tornerà al nucleare. È se vorrà avere un'opzione tra dieci anni, o solo una constatazione—dell'elettricità che continua a importare, della capacità di calcolo che si insedia altrove, della filiera industriale che si è ricostruita senza di noi.
Il nucleare italiano del 2035 si decide oggi, nei comitati parlamentari del 2025. Non è una scommessa sul passato, ma sulla forma fisica del Paese tra dieci anni.