Per due anni il dibattito italiano sui data center è stato un dibattito sulle autorizzazioni. Tempi incerti, procedure frammentate, nessuna disciplina dedicata. Nel 2026 quel problema è stato affrontato: procedimento unico in dieci mesi, corsia commissariale sopra il miliardo, un Framework Act in attesa del Senato.
Nel frattempo il collo di bottiglia si è spostato. Non è più la carta. È il rame.
1. La serie storica che spiega tutto
| Data | Richieste di connessione |
|---|---|
| Fine 2024 | ~30 GW |
| 30 giugno 2025 | oltre 50 GW, più di 300 iniziative |
| 31 ottobre 2025 | 63,7 GW |
| Fine 2025 | 69 GW |
| 31 gennaio 2026 | 78,8 GW |
| 30 giugno 2026 | ~96 GW, oltre 520 domande |
Il dato di fine 2025 è del Report Digitalizzazione e Decarbonizzazione del Politecnico di Milano: più del doppio dell'anno precedente, quasi tredici volte i livelli del 2023. Gli altri vengono dalle rilevazioni sulle richieste presentate a Terna.
Un numero per dare la misura: il fabbisogno di punta dell'intero sistema elettrico italiano si colloca intorno ai 60 GW. Le richieste di connessione dei soli data center valgono oggi una volta e mezza il picco nazionale. Nessuno, in Terna o fuori, pensa che si realizzeranno tutte — e questa è precisamente la radice del problema.
2. Saturazione virtuale: il nome tecnico di un ingorgo di fantasmi
Una richiesta di connessione occupa capacità sulla carta molto prima che esista un cantiere. Se il progetto non si farà mai, quella capacità resta comunque prenotata — e blocca chi arriva dopo con un progetto reale. È la saturazione virtuale: una rete satura di impianti che non esistono.
Il fenomeno si è aggravato con la taglia delle richieste. Nella rilevazione di ottobre 2025 il 42% delle domande si collocava nella fascia 50-100 MW, potenze che richiedono allacci a 220 e 380 kV — cioè direttamente sulla rete di trasmissione nazionale, non sulla distribuzione.
L'articolo 7 del DL 21/2026 — il "DL Bollette" — attacca il nodo con tre leve:
- ARERA rivede le procedure entro 180 giorni, assegnando capacità esclusivamente ai progetti già dotati di titolo autorizzativo
- Terna deve rendere trasparente la capacità effettivamente disponibile, nodo per nodo
- Decadenza automatica delle connessioni pregresse relative a impianti non ancora autorizzati
La conseguenza è un'inversione logica che ribalta il mercato: non più prima prenoti, poi autorizzi, ma prima autorizzi, poi ti connetti. Da "first-to-request" a "first-to-permit". Chi ha costruito una posizione accumulando richieste di connessione su terreni opzionati scoprirà che quella posizione non vale più niente.
Nella stessa direzione va un termine che è passato quasi inosservato: novanta giorni perentori dalla conferma della richiesta di connessione per depositare la documentazione completa di VIA, pena la decadenza. Novanta giorni, per un fascicolo di valutazione ambientale, sono pochi. Chi non ha già lo studio in cassaforte non ce li fa stare.
3. La geografia del problema
Più del 70% delle richieste è concentrato al Nord, con circa 20 GW nella sola Lombardia e una densità particolare nell'area metropolitana di Milano, in Brianza, nel bresciano e nel cremonese. Nella provincia di Milano risultavano 73 data center attivi già a fine 2025, su circa 209 strutture in tutta Italia.
Qui la matematica diventa spiacevole. Concentrare decine di GW di nuovo carico in un'area già densa significa: nuove stazioni elettriche, potenziamenti di rete, tempi di realizzazione che si misurano in anni e non dipendono dal developer. Nessun commissario straordinario può comprimere il tempo di costruzione di una linea a 380 kV.
4. L'asimmetria che nessuno sfrutta
Ora guardate lo stesso problema dall'altro capo del Paese.
Il Mezzogiorno produce sistematicamente più energia rinnovabile di quanta ne consumi. La Puglia in particolare è strutturalmente esportatrice: fotovoltaico ed eolico generano più di quanto il carico locale possa assorbire, e l'energia deve risalire lungo le dorsali verso i centri di consumo del Nord. Quando le dorsali sono congestionate, la produzione viene ridotta — è il curtailment, energia rinnovabile già disponibile che non viene prodotta perché non c'è dove metterla.
Un data center è un carico. Un carico grande, costante, piatto ventiquattro ore su ventiquattro. Metterlo dove l'energia è già prodotta e non trova sbocco fa esattamente tre cose:
- assorbe localmente generazione che altrimenti verrebbe tagliata
- riduce i flussi da smaltire sulle dorsali Sud-Nord
- non compete per capacità di rete in un nodo già saturo
È il caso industriale del Mezzogiorno digitale, e non è un argomento di orgoglio territoriale: è un argomento di dispacciamento. La riforma dell'art. 7 lo rafforza, perché premia chi arriva con un titolo autorizzativo in mano su un nodo dove la capacità c'è davvero.
5. Cosa fa un developer che ha capito
- Verificare la capacità reale del nodo prima del terreno, non dopo: con la trasparenza imposta a Terna il dato diventa consultabile
- Invertire la sequenza: autorizzazione ambientale come primo cantiere del progetto, non come ultimo adempimento
- Tenere lo studio di VIA pronto prima di far partire i novanta giorni
- Valutare i nodi del Mezzogiorno con la stessa serietà con cui si valuta Milano, guardando la latenza reale verso i mercati serviti anziché la mappa mentale
- Progettare la flessibilità: capacità di modulazione e accumulo sono argomenti negoziali, non solo tecnici
I dieci mesi del procedimento unico sono un progresso reale. Ma un permesso non produce elettroni. La prossima corsa non si vince dove la burocrazia è più veloce: si vince dove la corrente c'è già.
Nota: i dati sulle richieste di connessione derivano da rilevazioni pubbliche riferite a date diverse e sono per natura in rapida evoluzione. Le cifre più recenti citate provengono da fonti giornalistiche e vanno lette come ordine di grandezza.