Luglio 2026, Lacchiarella: un comune agricolo a sud di Milano. Fra cento e duecento persone scendono in piazza contro un progetto di data center.
4 agosto 2026, Roma: il Consiglio dei Ministri dichiara di preminente interesse strategico nazionale un programma da 5,3 miliardi di euro e circa 400 MW a Zibido San Giacomo e Lacchiarella.
Poche settimane separano le due scene. In mezzo non c'è nessun dialogo, e questo è il vero tema del 2026 per chi costruisce infrastrutture digitali in Italia. Il quadro autorizzativo è stato riformato in modo efficace: procedimento unico in dieci mesi, corsia commissariale sopra il miliardo, riforma delle connessioni. Nessuna di queste norme produce consenso — e il consenso, a differenza di un permesso, non ha un termine perentorio entro cui deve arrivare.
1. La mappa della protesta
Il fenomeno non è un caso isolato lombardo, ma in Lombardia ha la densità più alta, per la ragione più semplice: è lì che si concentrano i progetti. Trentatré strutture già attive, dieci in costruzione nella sola area metropolitana, e stime di circa 25 miliardi di investimenti tra 2026 e 2028 di cui quasi due terzi in regione.
Le cronache degli ultimi mesi hanno raccontato mobilitazioni nel Pavese — dove si contano una ventina di progetti — a Travagliato nel bresciano, nell'area a nord-ovest di Milano che la stampa ha battezzato "Rho Valley", e nel sud milanese. Non è una sommossa: sono comitati locali, amministrazioni comunali e associazioni ambientaliste che chiedono criteri. Ed è una domanda legittima.
2. Le tre obiezioni, prese sul serio
Il modo peggiore di rispondere a queste contestazioni è trattarle come un problema di comunicazione. Sono un problema di progetto. Vale la pena elencarle per quello che sono.
Il suolo. Molti progetti atterrano su terreno agricolo o libero. In un Paese che consuma suolo a ritmi tra i più alti d'Europa, e in una regione dove l'agricoltura periurbana è già sotto pressione, l'obiezione tocca la risorsa più scarsa e meno rigenerabile in gioco. Un capannone da 400 MW su campi coltivati è difficile da difendere quando esistono aree industriali dismesse a poche decine di chilometri.
L'acqua. I sistemi di raffreddamento evaporativo possono richiedere volumi significativi, e li richiedono proprio nei mesi estivi, quando le crisi idriche sono più frequenti. In un clima mediterraneo che si sta scaldando, la domanda "quanta acqua consuma" non è ostruzionismo: è pianificazione.
Il calore. Nel dibattito circola la stima di incrementi termici fino a cinque gradi entro un raggio di due chilometri dai grandi impianti, effetto isola di calore che si somma al consumo di suolo agricolo. È un dato portato dai comitati e ripreso dalla stampa, che va maneggiato con prudenza — dipende in modo determinante dalla tecnologia di raffreddamento, dalla taglia e dalla morfologia del sito, e non è trasferibile da un progetto all'altro. Ma il fatto che sia contestabile nei numeri non lo rende irrilevante nella sostanza: un impianto che dissipa centinaia di megawatt termici cambia il microclima intorno a sé. La domanda giusta non è "è vero cinque gradi?", è "dove finisce quel calore?".
3. La risposta istituzionale è già arrivata
Tra giugno e luglio 2026, in audizione regionale, WWF Lombardia ha chiesto criteri più severi su suolo, acqua e biodiversità; Legambiente e CGIL hanno chiesto emendamenti per imporre il riuso di aree industriali dismesse anziché il consumo di nuovo suolo agricolo.
L'esito è la prima legge regionale italiana dedicata ai data center, approvata dalla Lombardia: criteri di localizzazione, modalità di realizzazione, oneri a favore dei comuni ospitanti.
Chiunque costruisca in Italia dovrebbe leggere quel testo come un'anticipazione, non come un caso locale. Quando una regione scrive i criteri, le altre li copiano; e il Data Center Framework Act in attesa del Senato contiene già disciplina urbanistica e incentivi per le aree industriali dismesse. La direzione è tracciata: il brownfield diventerà la condizione, non il bonus.
4. Cosa funziona davvero
Non esiste una risposta comunicativa a queste obiezioni. Esistono quattro scelte progettuali, che si prendono al momento della scelta del sito e non dopo.
- Brownfield. Aree industriali dismesse, ex centrali, ex manifatture, ex siti minerari. Non è solo consenso: sono terreni spesso già connessi alla rete, già serviti, già urbanisticamente compatibili. I due progetti strategici più interessanti del 2026 sono entrambi riconversioni — una centrale termoelettrica a Trino e una miniera di carbone nel Sulcis.
- Acqua fuori dal ciclo. Circuito chiuso, free cooling ad aria, sistemi ad adsorbimento. Costa più in capex e talvolta in efficienza. È il prezzo della licenza sociale a operare in un clima mediterraneo, ed è un prezzo che conviene pagare in fase di progetto anziché in conferenza dei servizi.
- Riuso del calore. Il calore di scarto è l'unico impatto che si può trasformare in beneficio misurabile per la comunità: reti di teleriscaldamento, serre, processi industriali, essiccazione agroalimentare. In un nostro articolo precedente abbiamo raccontato la scala che questo può assumere in Europa. È anche l'argomento che cambia il tono di un'assemblea pubblica.
- Oneri e occupazione verificabili. Non "creeremo posti di lavoro", ma quanti, di che tipo, con quale percorso formativo e in che anno. Le comunità hanno imparato a distinguere i numeri di cantiere da quelli di esercizio, e hanno ragione a farlo: sono numeri molto diversi.
5. La nostra posizione, e cosa non diremo
Sarebbe facile, da qui, scrivere che il Mezzogiorno è la soluzione perché protesta meno. Sarebbe falso e sbagliato: falso perché non c'è alcuna garanzia che sia così, sbagliato perché cercare il territorio con meno capacità di opposizione è esattamente il modo in cui il Sud è stato trattato per settant'anni di industrializzazione calata dall'alto. Non è il nostro modello e non lo diventerà.
La tesi è diversa: nel Mezzogiorno esistono siti in cui la stessa infrastruttura produce impatti diversi. Aree industriali dismesse invece di campi coltivati. Energia rinnovabile già prodotta localmente e in alcune ore tagliata per mancanza di carico, invece di energia da importare su una rete satura. Comunità in cui l'insediamento industriale qualificato è una richiesta, non un'imposizione — a condizione che porti lavoro vero.
Come Società Benefit accettiamo di essere misurati su tre numeri, e li pubblicheremo quando l'impianto sarà operativo: energia altrimenti tagliata effettivamente assorbita, quota di calore di scarto riusata, e quota di occupazione qualificata residente in regione a tre anni dall'avvio. Sono verificabili, sono confrontabili, e sono gli unici che rispondono davvero alle tre obiezioni di questo articolo.
Il 2026 ha consegnato al settore uno strumentario autorizzativo che funziona. Il 2027 gli chiederà una cosa che nessuna legge può fornire: la ragione per cui una comunità dovrebbe volere quell'impianto. Chi non ha una risposta a quella domanda avrà tutti i permessi e nessun cantiere.
Nota: i dati sulle mobilitazioni e sulle audizioni derivano da fonti giornalistiche. Le stime di impatto termico citate sono oggetto di discussione e dipendono fortemente da tecnologia e contesto del singolo impianto.